Oltre la metà dei richiedenti asilo presenti in Basilicata, muniti di permesso umanitario, starebbero per diventare clandestini. Anche per effetto della cancellazione di molti di loro dai registri comunali di residenza.

Lo ha denunciato il coordinamento Politiche Migranti e Rifugiati della Regione Basilicata, secondo cui “nonostante queste persone siano ospitate nei centri di accoglienza, con la cancellazione dai registri le Asl non assicureranno più le prestazioni e la fornitura, ove necessario, di medicinali e neanche l’assistenza, assicurata solo nel soccorso”.

Pietro Simonetti, responsabile della task force regionale sui migranti, ha reso noto di aver “trasmesso al direttore generale del dipartimento Sicurezza Sociale le disposizioni delle altre Regioni, a partire dalle Marche, per garantire ai migranti i diritti che sono previsti dalla Costituzione. Siamo, inoltre, in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale sul ricorso che la Regione ha presentato avverso il Decreto Sicurezza e, in special modo, contro l’eliminazione dei diritti. Le normative statali – ha concluso Simonetti, producono la fabbrica della clandestinità e degli invisibili”.

Ma quanti sono i migranti presenti in Basilicata? All’incirca 1650, dei quali poco più un centinaio minori non accompagnati e circa 400 quelli che sono ospitati nell’ambito del circuito Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Sono ospitati in circa una sessantina di centri lucani (prima del Decreto Sicurezza erano quasi 80).

Un provvedimento, quello fortemente voluto dal vice-premier e ministro degli Interni, Matteo Salvini, che via Anzio ha impugnato con riferimento agli articoli 1 (Disposizioni in materia di permessi per motivi umanitari) e 13 (in materia di iscrizione anagrafica). Secondo la Regione Basilicata, infatti, l’eliminazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e la possibilità di rinnovo riduce, e in molti casi cancella, il diritto dei migranti all’assistenza sociale e sanitaria e impatta con i diritti universali dell’uomo e sulle competenze delle Regioni, garantite dall’articolo 117 della Costituzione. Nel ricorso, però, si eccepisce anche l’incostituzionalità dell’articolo 13, comma 2, in materia di domiciliazione e iscrizione anagrafica, in quanto si prevede che il permesso di soggiorno non consenta più l’iscrizione anagrafica. Il che, a giudizio di via Anzio, preclude ai migranti le misure per assistenza, formazione professionale, salute, lavoro e istruzione. Tutte le norme sopra richiamate sarebbero lesive dell’autonomia regionale e degli enti locali, garantita dalla Costituzione. La delibera con la quale la Giunta lucana ha deciso l’impugnazione, inoltre, richiama gli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione, ravvedendo con l’applicazione del provvedimento approvato dal Governo disparità di trattamento tra i cittadini degli Stati membri e gli stranieri regolarmente soggiornanti, in violazione delle convenzioni internazionali che tutelano i diritti fondamentali dell’uomo.

Il Governo presieduto da Giuseppe Conte ha deciso di intervenire nel giudizio di legittimità costituzionale promosso dalla Regione: è un vero e proprio atto politico con il quale l’esecutivo ha manifestato l’interesse alla conservazione del provvedimento.

Piero Miolla

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