C’era una volta la Provincia. Ente intermedio dotato di funzioni precipue e, soprattutto, di fondi. Poi la furia della rottamazione e dei tagli a tutti i costi l’hanno depotenziata. Dapprima millantando una sua soppressione. Poi partorendo un ibrido. Che esiste, ma può solo sopravvivere. Che vorrebbe ma non può. Che, in buona sostanza, non riesce più ad assicurare quegli interventi, sotto forma di sicurezza, efficienza e progresso, ai cittadini.

Anche in Basilicata la Provincia di Potenza e quella di Matera, che proprio di recente hanno rinnovato i rispettivi Consigli, continuano a sopravvivere, ingessate come sono dalla cronica mancanza di fondi. Dunque, dall’impossibilità di progettare nuove opere pubbliche e, in generale, finanche di ammodernare o restaurare quelle già esistenti. Proprio in questi giorni l’Upi (Unione province italiane) ha lanciato nuovamente l’allarme. Ricordando che “negli uffici tecnici delle Province ci sono migliaia di documenti che promettono di trasformarsi in ponti, strade, scuole. Sono i progetti delle opere infrastrutturali da realizzare, necessarie per la comunità, ma bloccate in attesa di finanziamenti”. Un tema come detto ricorrente anche in Basilicata. Dove, peraltro, la particolare orografia e la vetustà di numerose infrastrutture chiederebbero, invece, interventi immediati e urgenti.

Ma quali sono, a ben vedere e per entrare nello specifico, le problematiche riscontrate dalle province nella realizzazione delle opere infrastrutturali? Essenzialmente di tre tipi. In primis, la carenza di risorse: i fondi, infatti, sono pochi e, quando ci sono, non si riesce ad avere una pianificazione degli investimenti seria e costante. Non si può, però, sottacere la mancanza di personale dedicato alla progettazione: i tagli, infatti, hanno privato le Province italiane di un numero corposo di personale. Di fatto depotenziandole. Per questo da più parti di ravvisa la necessità di ripristinare le assunzioni negli uffici di progettazione, dopo anni di blocco. Infine, ma non per ordine di importanza, quel vero e proprio “cancro” che sta uccidendo l’Italia, l’ormai odiata burocrazia. Peraltro acuita da tutta una serie di norme approvate con l’intento, invero nobile, di contrastare la corruzione dilagante. Ma che spesso producono una quantità di adempimenti tale, da rallentare tutto il lavoro. Già di per sé complicato da tutto il resto.

La domanda nasce spontanea: che senso ha tenere in piedi le Province se non possono produrre i risultati sperati? Cioè, se non riescono ad assolvere i compiti che, per legge, spetterebbero loro? Anche su questo, forse, bisognerebbe, per una volta seriamente, riflettere. La riflessione, però, non sembra essere di casa in Italia. Dove si preferisce fare finta di niente, sollevare polemiche a titolo gratuito e, soprattutto, sparare sempre nel mucchio, soprattutto in politica. Tanto, alla fine, pagano sempre gli stessi. I cittadini. Che, senza strade (o con arterie colabrodo), ferrovie da lumaca e scuole “claudicanti”, non riescono a fruire di servizi che sarebbero, per così dire, di default. Cioè normali in un Paese civile. Invece sulle strade provinciali assistiamo alla presenza di tracciati con vere e proprie voragini, ponti che rischiano di cadere da un momento all’altro e scuole affatto sicure. Con i presidenti delle Provincie che continuano a chiedere fondi e personale. Invano. Del resto, siamo in Italia e, quindi, tutto è possibile. Anche che le Province, dapprima soppresse, continuino a rimanere in vita, ma in una sorta di coma indotto.

Piero Miolla

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