Un film, una rappresentazione scenica e  tre opere letterarie  ci ricordano  la tragedia  del 9 febbraio 1688 che colpì la parte più alta di Pisticcei, squarciandola di netto  e trascinando con sé, la vita di circa 400  concittadini. Il film del regista romano Emanuele Di Leo, che fu presentato, con successo,  in anteprima nazionale a  Pisticci, racconta l’episodio drammatico della frana del rione Casalnuovo, ora Terravecchia, che dette vita successivamente al Dirupo. Il racconto di Di Leo  si sofferma su un episodio che vede protagonisti due giovani del posto, Lorenzo (Massimo Previterio) figlio di un povero contadino e Rosalia (Valentina Romano), la primogenita di un ricco proprietario terriero che il papà (Rocco  Ditella) aveva promesso sposa a Michele altro giovane del posto. Una trama interessante e un finale drammatico con la morte di Lorenzo travolto dalla frana, unitamente ad altre circa 400 vittime di quella tragica notte.

La rappresentazione scenica dal titolo “Ruina III° Edizione. La Frana di Casalnuovo”, sarà presentata la sera di domenica 9 febbraio, alle ore  19,30 in Chiesa Madre, da Daniele Marzano e Leo Andriulli, con una specifica narrazione dei fatti e con un attento, preciso confronto tra le memorie storiche e un una sintesi critica delle scelte urbanistiche che seguirono quell’evento tragico. Ottimo lavoro quello di Marzano e Abdriulli, frutto di un appassionato impegno per cercare di far conoscere al popolo pisticcese, e non solo, una parte importante, ma anche tragica,  della nostra storia.  

Le tre opere letterarie invece, sono a firma di Giuseppe Coniglio, Dino D’Angella e Romano Giovinazzi. “Ad aggravare la situazione – racconta il prof. Giuseppe Coniglio nel suo  “Notte di Santa Apollonia – anche l’ora e le avverse condizioni climatiche. Erano circa le 7 di mattina, quando l’immane frana sorprese la popolazione che stava riposando, preceduto da  abbondante bufera di neve, accompagnata dallo spirare di un furioso vento aquilone”. Ad un tratto – continua la narrazione – la popolazione fu svegliata di soprassalto nel sonno, da urla, pianti, invocazioni di soccorso e dallo spaventosi tipico boato delle case smembrate dalle fondamenta. Il suolo continuava ad abbassarsi  fino a raggiungere la vallata  e molte persone erano rimaste travolte ed ingoiate dalle voragini, altre sepolte dalle macerie”. I  tempi per organizzare  i soccorsi non erano quelli attuali, per cui si verifico una tragedia nella tragedia per cercare di portare aiuto.

“Nella solerte e nobile opera di solidarietà – ricorda Coniglio – si distinse il Vescovo di Tursi Anglona Monsignor Marco Matteo Cosentino, appartenente alla nobile dinastia degli Ajeta e considerato grande amico dei pisticcesi e soprattutto di Don Cristoforo Filomena di Morano, Governatore di Pisticci ed agente in quell’anno del feudatario Don Carlo De Cardenas”. Una vera campagna di soccorso con l’invio di viveri e  indumenti attraverso una lunga teoria di muli.

Da parte sua il prof. Dino D’Angella, autore dell’opera “Pisticci .La grande tragedia della notte di S.Apollonia”, affronta i gravi problemi  di quell’epoca, il seicento, ricchi di carestia,peste, malaria e terremoti. “ Insomma, un secolo pieno di sciagure – spiega l’autore, che poi  affronta  quelli che furono i  movimenti franosi del 500 e i segni premonitori  della frana del febbraio 1668, registrati nel dicembre del 1667 che non furono affatto considerati.

Le terza opera letteraria  è il lavoro di Romano Giovinazzi “Il Carnevale di Santa Apollonia”, che ci riporta   alla  vigilia di  quella tragica notte del 9 febbraio1688. Una vigilia  caratterizzata dalla festività  gioiosa del  Carnevale di una freddissima giornata di neve in cui,  tra la spensieratezza generale  della festa, si avvertirono i prodromi ( pochi ci fecero caso) di quella che di li a poche ore doveva far posto  al più grande disastro che interessò la Parte più vecchia dell’abitato. Un racconto orizzontale e nel contempo una “fantasiosa” alta testimonianza, quella di Giovinazzi, che, come se avesse vissuto in prima persona quell’avvenimento, ci riporta indietro di 300 anni, sottolineando l’identità  profonda di una cultura e il tragico destino di una parte della nostra terra. Orari, luoghi, personaggi, tutti si intrecciano e si confondono  in una descrizione  attenta, precisa e mai stanca, che Giovinazzi ha reso cronaca vera attraverso le pagine del suo prezioso lavoro, ancora non pubblicato.

Michele Selvaggi

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